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1. Samhadi: è una bella traccia, con ottime orchestrazioni e magnifici cori. Valutandola da sola (e si può fare, dato che cammina con le proprie gambe) è ottima, come intro un po’ meno, dato che la canzone successiva si autointroduce, rendendola inutile. 8
2. Resign To Surrender: intro corale, chitarre martellanti da brivido e un growl di Mark sincopato e coinvolgente. Buon ritornello con una Simone in forma smagliante che ci mette subito a nostro agio in mezzo alla tempesta di metallo. Ottima la ripresa più tranquilla, con piano e orchestrazioni da brivido, che ci conduce alla parte finale segnata dal duello fra Simone ed un bellissimo coro solo maschile. 8½
3. Unleashed: Un coro indiavolato introduce un fantastico tre quarti da headbang assicurato. Simone si impone subito in un tono che da solo dice quasi più delle parole, possiamo quasi immaginarla che guarda indietro al passato con rimpianto e autocritica. Ottimo ritornello che si pianta in testa, come ogni singolo che si rispetti. Molto apprezzata la ripresa della strofa, che modifica tuttavia il tema, dopo il bridge. Il climax aumenta poi gradualmente sino ad arrivare al finale che è una festa dei sensi, in particolare grazie all’orchestrazione che cresce togliendo il fiato fino alla risoluzione finale. 9
4. Martyr Of The Free Word: intro spaccaossa che introduce una Simone su note più basse del solito, dal timbro tagliente ed aspro, quasi beffardo, in alcuni punti. Il che è una delle perle della canzone. La seconda, ovvero il coro gregoriano, è tuttavia anche il suo unico difetto: troppo corto, lascia insoddisfatti. Per questo non è un dieci. 9½
5. Our Destiny: dopo l’introduzione strumentale ci si aspetterebbe l’esplosione di violenza, ed invece sorpresa, arriva subito la strofa “calma”. Simone è splendida, versatile come mai prima d’ora, disinvolta nel passaggio dal moderno al lirico ed indietro. Mark, invece, è un accessorio abbastanza superfluo, che sembra infilato un po’ a forza in un contesto in cui è lei a dirigere il tutto. Il ritornello è facile da assimilare ed efficace. Belli i cori finali, nonostante sappiano molto di Cry For The Moon. 9
6: Kingdom Of Heaven: l’intro spettrale, quasi angosciante, ci porta subito a scontrarci contro le chitarre granitiche che caratterizzano un po’ tutto l’album. Mark è in splendida forma e ci regala una performance di tutto rispetto, Simone porta un tocco di dolcezza che rende il tutto versatile ed appetibile a più di un palato. Musicalmente è una canzone ineccepibile, i cinque atti sono perfettamente coesi e cedono l’uno all’altro con naturalezza, variando la canzone ma senza renderla dispersiva; i testi, invece, lasciano un tantino a desiderare: sa un po’ di un polpettone in cui Mark ha voluto stipare un po’ forzatamente tutti i temi principali dell’album, accostandoli con eccessiva disinvoltura. Children of Light non è un nesso logico abbastanza forte da rendere graduale il passaggio dalla fisica quantistica alle esperienze di premorte, così, superato Bardo Thödol (che trovo troppo inconsistente per esistere come atto a sé stante), ci si chiede dove e quando si è cambiato argomento. Su Paragons of Perfection c’è il mio pezzo preferito della canzone (quello del primo trailer), che, tuttavia, affoga in mezzo a tutto il resto del materiale (cosa che mi dispiace). Peraltro, mi ricorda un po’ una cosa che ho già sentito altrove (su cui preferisco soprassedere). 9
7: The Price Of Freedom: per quanto bella, la trovo inutile come traccia a sé stante. Avrebbe potuto benissimo essere inclusa nella canzone successiva, anche se forse i discorsi in sottofondo non ci avrebbero azzeccato. 7½
8: Burn To A Cinder: non so quanto il fatto che sia ispirata ad Intervista col Vampiro mi abbia condizionato, ma la adoro. Ritmo prepotente e quasi ballabile, Simone magnifica ed accattivante come sul Martire, sia sulla strofa che sul ritornello, testo fantastico, superba ripresa orchestrale seguita da un assolo di chitarra col (mio adorato in contesti heavy) pianoforte sotto, finale a sorpresa... che altro dovrei aggiungere? Why can’t I bleed with you? 10
9: Tides Of Time: l’inizio non è molto incoraggiante. Pianoforte, Simone zuccherina, sviolinate elegiache in sottofondo... gli ingredienti per la solita ballatona che ti promette lacrime ma riesce solo a farsi skippare regolarmente (specie dagli amanti delle power ballads come me) ci sono tutti. Ed invece, sorpresa sorpresa: Simone espressiva come mai prima, che passa da un moderno quasi sussurrato ad un lirico corposo e fa venire i brividi. La parte finale power poi rapisce totalmente. Col testo davanti, poi, è un’esperienza extrasensoriale, e le lacrime che ti promette arrivano puntuali. L’unico difetto sono io che sono troppo esigente e la batteria l’avrei voluta un po’ prima. 9½
10: Deconstruct: è una canzone strana che non vuole farsi capire, ma che di sicuro non è tanto scontata come vorrebbe apparire. Ciò che secondo me disorienta maggiormente sono i costanti cambi di tonalità: l’attacco è in minore, l’intro strumentale parte in maggiore e la strofa cambia di nuovo tonalità, (sempre in maggiore). Bisogna dedicarle un po’ di tempo, ma alla fine la si rivaluta. Il duetto growl-soprano non è dei migliori, ma viene ampiamente compensato da una parte finale che è semplicemente da brivido: coro sincopato prima da solo, poi accompagnato da una Simone dalle note lunghe e corpose, che prende poi a sussurrare, di nuovo in sincope, mentre le voci sdoppiate si sovrappongono (a proposito, ma quella sul canale sinistro è mica Amanda?). Bellissimo il piano nella ripresa, anche se si sente poco. 8½
11: Semblance Of Liberty: parte bene e continua anche meglio. Mark al microfono nelle strofe è un orgasmo, sia come esecuzione che per le ritmiche della sua linea vocale, ha qualcosa che mi piace da impazzire. Simone nel ritornello comunica magnificamente il senso di urgenza ispirato dalla canzone. La risatina malvagia di Arien, poi, è un capolavoro. 9
12: White Waters: sarebbe stata una canzone magnifica, se non fosse per il Kakko, melodrammatico sulle note basse, isterico su quelle alte, con una pronuncia spiccatamente gallurese (citando la definizione che un mio amico diede di quella di una sua illustre connazionale su Where Were You Last Night). Simone è triste, carezzevole e dolce sia nelle parti cantate che nei vocalizzi di sottofondo, ma non riesce da sola a riparare ai disastri del suo ospite. Con Fernando dei Moonspell sarebbe stato un dieci. 8½
13: Design Your Universe: l’intro dice già tutto: nove minuti e mezzo incollati alle casse. L‘attacco della strumentazione pesante lascia intendere una traccia ricca di sfumature. Simone dà i brividi sulla strofa, Mark la pelle d’oca sul pre-ritornello, il coro manda direttamente in orgasmo. Il bridge melodico riesce ad essere bello e convincente nonostante il fortissimo richiamo a Nevermore, quello di Mark spacca per conto suo. La successiva tempesta frenetica di chitarre-cori-batteria-orchestra fa crescere il climax fino alla ripresa del ritornello, che si risolve in un una parte melodica che fra orchestra e piano fa rimpiangere che questa canzone non ci fosse ancora ai tempi di Miscolc, per poi sfumare nella più bella outro che gli Epica abbiano mai composto, secondo punto obbligatorio di versamento lacrime dell’album. 10
Overview: un album sobrio nella sua ricchezza, coeso nella sua varietà e molto più maturo di lavori più blasonati, che lascia tuttavia un certo margine di miglioramento per il futuro (così ci tranquillizziamo sul fatto che non siamo sulla parabola discendente dopo il capolavoro). Come era facilmente prevedibile, per uno il cui elemento naturale sono i funerali dei Tristania, le storie di vampiri dei Theatre of Tragedy, le relazioni infelici degli Evanescence e i racconti su Lucifero dei Draconian, ho apprezzato molto di più i testi di Simone, più introspettivi e personalizzabili, rispetto a quelli di Mark: in alcuni punti l’ho trovato troppo bacchettone, in altri troppo catechista. Piccola postilla: l’outro della title track è senza dubbio un incentivo maggiore a comprare la versione base di quanto Incentive non lo sia per prendere il digibook; non vale la pena di aggiungere altro dopo un’uscita così bella, a maggior ragione quel robo lì.
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"Dietro ogni preziosa realtà v'è qualcosa di tragico: interi mondi devono faticare perché sbocci il Fiore più minuto." O. Wilde
The Beauty's been lying right here all along...
As a distant dream I hover call all stars to fall for cover.
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